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Elia della Costa, il cardinale che salvò Firenze

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Se le statue di Michelangelo e di Benvenuto Cellini, le pitture di Giotto e le preziose chiese fiorentine non finirono devastate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale fu anche grazie all’opera del cardinale Elia della Costa. Eppure egli si servì solo del fascino artistico che Firenze esercitava sui nazisti per salvare in realtà la sua popolazione. Voleva che Firenze venisse dichiarata “città aperta” perchè non divenisse nè una piazza d’armi nè un bersaglio di guerra. Era corsa voce che i belligeranti avessero trovato un tacito accordo in merito, ma il cardinale sapeva che non esisteva alcuna garanzia per l’incolumità della città. Scrisse allora ad Hitler, pur sapendo che il fuhrer lo odiava sin dal 1938 quando, in occasione della visita del dittatore, aveva fatto lasciare le finestre del palazzo arcivescovile chiuse e si era rifiutato di partecipare alle celebrazioni del regime. Hitler gli rispose che considerava Firenze un gioiello d’Europa e che non l’avrebbe toccata, però ...

Sordello e Carlo d’Angiò

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Sordello da Goito fu il più celebre dei trovatori italiani. Buon musico e buon cantore, cavaliere di Carlo d’Angiò e barone di feudi in Abruzzo. La fama di Sordello è soprattutto dovuta a Dante. Il fiorentino lo cita nel De vulgari eloquentia (I, 15, 2) come esempio di chi si è allontanato dal proprio volgare municipale e lo inserisce anche tra le anime del Purgatorio nella Divina Commedia dove mostra i principi negligenti e suscita nel viandante la nota invettiva: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Sordello trascorse un lungo periodo formativo alla corte di Azzo VII d’Este, dove conobbe Rambertino Buvalelli che gli fece da maestro per i primi rudimenti dell’arte poetica, si spostò a Verona, poi in Spagna, in Portogallo ed in Provenza dove, dal conte Raimondo Berengario IV, fu insignito della nomina di cavaliere e gli furono donati alcuni feudi. Durante il soggiorno in Provenza perfezionò la conoscenza dell...

Sesto Bollo, Franco Bollo

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Il Valore odierno, annullato e viaggiato, è un 5 Centesimi del 1922, raffigurante il Re dei Belgi Alberto Leopoldo Clemente Maria Meinardo di Sassonia-Coburgo-Gotha in uniforme da Tenente Generale dell'esercito. Qualche tempo fa ho letto un articolo dove si suggeriva che Vittorio Emanuele III, all'alba del 9 Settembre 1943, non stesse fuggendo da Roma, bensì cercasse di imitare quanto fatto da Alberto I nell'Agosto del 1914. Quest'ultimo, nei primi giorni dell'invasione Tedesca del Belgio, dopo le disastrose sconfitte subite a Liegi ed Anversa e con la stessa Bruxelles occupata, aveva rifiutato di seguire il suo Governo in Francia scegliendo di restare a La Panne. Questa era la sola città che i Tedeschi non erano riusciti ad occupare, grazie alla provvidenziale decisione dello Stato Maggiore Belga di crearle intorno una fascia di protezione costituita da terreni allagati tramite il taglio degli argini del fiume Yser. Lo scrivente non si pronuncia sulla validità dell...

Settima monetina del Venerdì

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  Trattasi di una " 2 Francs - " del 1943. Come quello della settimana scorsa, anche questo pezzo è stato emesso da un paese Europeo durante una fase particolare della sua Storia.  Colpisce subito l'attenzione il nome del Potentato emittore, " État français ", ovvero la Francia di Vichy, e la scritta " Travail Famille Patrie "  che il Maresciallo Petain volle in sostituzione dell'infinitamente più bello, ma a lui antipatico,  " Liberté, Égalité, Fraternité " Qualche dettaglio tecnico.  La monetina, peso 2,2 g per 27 mm di diametro ed allineamento " alla Francese " è realizzata in Alluminio. Presenta al diritto un inquietante ascia bipenne tra 2 spighe di grano, che sovrasta la scritta  " État français " Mentre al rovescio troviamo l'indicazione della tariffa, tra 2 foglie di quercia, sovrastata dalla scritta  " Travail Famille Patrie "  e sovrastante il millesimo di produzione.  P.S. L'assenza del seg...

Emanuele Filiberto governatore delle Fiandre

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Mentre il Duca di Savoia li batteva ripetutamente in Francia, i francesi in Piemonte s’erano impadroniti di Vercelli. Il nemico era forte ora di tre eserciti, quello di Enrico II e del conestabile di Montmorency, quello del Principe della Roche sur Yon e quello del Duca di Nevers. Contro le ingenti forze dell’avversario, Carlo V non aveva sufficienti uomini, né poteva servirsi di prospere finanze. Si volle dunque temporeggiare per logorare il nemico e così Emanuele Filiberto, con 20.000 fanti e 5000 cavalieri non poteva e non doveva fare altro che tenere il campo, si mise alle calcagna dei francesi e ne molestò le retrovie in più occasioni. Dall’Italia giungeva la lieta notizia della sconfitta dei francesi nella Guerra di Siena, ma era la città di Renty ora nei pensieri di Emanuele Filiberto. Enrico II la teneva sotto assedio ed aveva fatto occupare una vicinissima collina in modo da sorvegliare le operazioni dall’alto. Il 13 agosto 1554 il Duca di Savoia volle scalzarlo: gli imperiali...

I Cavalieri di Santo Stefano nei Dardanelli

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I Cavalieri di Santo Stefano non ebbero mai una flotta imponente eppure rappresentarono un nemico temibilissimo per i corsari turchi rendendosi protagonisti di imprese ardite anche nel cuore dei mari ottomani. Il 28 giugno del 1626, infatti, l’ammiraglio stefanita Giulio Barbolani, Conte di Montauto, si spinse fino ai Dardanelli cogliendo di sorpresa i turchi che nulla poterono quando le navi toscane ingaggiarono un lungo combattimento contro i loro vascelli. Le imprese di Barbolani erano iniziate nel 1611 a Disto, una fortezza di Negroponte, a cinque miglia dal mare. Il 6 maggio di quell’anno sbarcò le sue milizie e le guidò alla scalata della fortezza, prendendola e catturando artiglieria e abitanti. Nella notte del 18 maggio del 1613, assistito dal Conte di Candale, veterano delle Fiandre, assaltò la fortezza di Elimano, in Carmania, liberando 237 cristiani ridotti in schiavitù ed acquisendo 313 prigionieri turchi, sedici cannoni, un opulento bottino di merci e due galee di Cipro ch...

Camicie rosse d’Irpinia

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L’insurrezione nella provincia di Avellino fu affidata dal Comitato d’Azione di Napoli a Giuseppe De Marco di Paulisi. Questi riuscì a fondare nella valle vitulanense ben ventuno comitati da cui provennero oltre settecento volontari. I giovani d’Irpinia finirono col costituire i Cacciatori Irpini, formazione di cui lo stesso De Marco fu tenente colonnello per nomina del generale Garibaldi. Numerosi disertori dell’esercito borbonico confluirono nelle loro fila, affiancati da altri che lasciarono i ranghi dei pontifici di Benevento ed entrarono nella Compagnia beneventana di Domenico Mutarelli. Ad Avellino, Lorenzo de Conciliis, in stretto contatto con Pasquale Stanislao Mancini, ricoprì l’incarico di prodittatore del governo provvisorio, mentre Francesco De Sanctis, ritornato dal’esilio svizzero, fu nominato, dallo stesso Garibaldi, governatore della provincia. Dei tanti irpini che sguirono l’Eroe dei Due Mondi nella Campagna del Volutrno qualcuno partì già coi Mille da Quarto, parliamo...