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L'argento di Napoli

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  L'argomento " circolazione metallica preunitaria " è di quelli che scaldano, purtroppo a sproposito, l'animo degli amici Neoborbonici. I loro attacchi, di solito, si riconducono a 2 filoni principali. Il primo, che nasce da un errato¹ calcolo del Nitti², riguarda il " contributo " del circolante napoletano alla formazione della massa metallica totale. Il secondo verte invece sulla natura del circolante. Relativamente a questo secondo punto viene contestato il fatto che, praticamente, di sola moneta d'argento³ si trattava. Naturalmente i contestatori sono un gruppo variegato, dove si incontrano sia infelici che delirano su millemila tonnellate di oro circolante, sia persone più preparate che citano il Pannuti⁴. Nessuno contesta che la Zecca Napoletana nei 46 anni di esistenza del Regno abbia lavorato quantità ben più che dignitose di metallo giallo. Quello che costoro sconoscono sono delle particolarità del sistema monetario borbonico, che favorivano l...

Monet, la maturità

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La mostra del 1874, nei locali del fotografo Nadar, generò lo scompiglio nel mondo dell’arte. La nuova pittura era incompresa e derisa, gli impressionisti furono additati come incapaci e le loro opere subirono continui ribassi. Monet fu salvato dai collezionisti e da uomini d’affari che gli impedirono coi loro acquisti di oltrepassare l’orlo del fallimento. Lasciò Argenteuil e si spostò a Parigi, dove nacque un secondo bambino, ma le sue energie artistiche erano rivolte a dipingere la rue Montorgueil imbandierata, travolta dallo sventolio delle bandiere bianche, rosse e blue in un’atmosfera di festa colta dall’artista con immediatezza e luminosità. La tela testimonia con grande efficacia tutto il dinamismo dell’impressionismo, riesce a suscitare la sensazione, più che la visione, del giorno di festa, con una incisività di stile incredibile. Sul finire del 1879 però Camille muore. Monet la saluta con Camille sul letto di morte, una mestizia di pennellate sofferenti e tonalità di blu e g...

Le necropoli degli Irpini

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  Gli Irpini erano una delle quattro tribù che costituivano il popolo dei Sanniti. Erano stanziati in un’area coincidente approssimativamente con l’odierna Irpinia e traevano il loro nome dall’animale totemico del lupo. Si sa poco di loro, tutto è avvolto nella leggenda o assorbito dai più noti consangueni sanniti. Livio ci informa che abitavano in “vicatim”, cioè in piccoli villaggi rurali ed in caso di pericolo si rifugiavano su alture fortificate o meglio difendibili. Recenti scavi hanno portato alla luce una serie di necropoli di grande interesse. Sembra bizzarro eppure tutto è nato a seguito di normali lavori di aratura che finivano con l’attrarre l’attenzione di appassionati e studiosi perchè portavano alla luce frammenti di vario genere. I principali rinvenimenti si sono avuti in località “Addolorta”, ad est del centro abitato di Carife, in provincia di Avellino. Qui, numerose tombe, databili tra il IV ed il III secolo a. C., hanno consegnato agli archeologi una ricca docume...

Orvieto, quattro passi nella storia

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Orvieto siede su uno sperone tufaceo al confine tra Lazio, Toscana e Umbria, nella valle solcata dal Paglia. Nel suo cuore storico la Torre del Moro guarda ai quattro rioni, Stella, Sarancia, Olmo e Corsica. La città antica fronteggiò i romani e fu sconfitta da Celio Vibenna e ancora da Tito Coruncanio. Intorno al 264 a.C., però, infuriò la ribellione contro le classi aristocratiche delegittimate dalla sconfitta patita contro gli invasori e costrette ora a chiedere aiuto ad essi per riprendere il controllo della città. I romani ne approfittarono per distruggere l’abitato e imporre l’evacuazione del pianoro così ostico da conquistare. Gli etruschi furono obbligati a lasciare la loro città e a spostarsi sulle alture del lago di Bolsena. Solo all’apprestarsi del crollo dell’Impero, sotto la minaccia degli eserciti barbari, l’antica popolazione vulsina tornò in quella che era Urbs Vetus, la città vecchia, Orvieto. Della bellicosa Velza, fiorente centro commerciale e artistico, ripetute cam...

Longobardi, altro che barbari!

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  L’idea dei longobardi come popolo di selvaggi e sporchi guerrieri, insensibili all’arte ed alla cultura, è sconfessata dall’indagine archeologica. I reperti ermesi negli scavi di tutta Italia non lasciano più dubbi. Le sontuose cinture con guarnizioni in metallo prezioso o ferro ageminato, caratteristico dell’abito longobardo maschile, si affiancano a quelle femminili, più leggere, chiuse da piccole fibbie in bronzo, talvolte decorate da motivi geometrici, da cui pendevano un borsa in cuoio con guarnizione metalliche o in avorio. Degni di nota sono pure gli anelli matrimoniali a doppia losanga, produzioni d’argento e d’oro in cui non è rara la presenza di pietre, corniole incise, ametista, e le coppie di orecchini a forma di aquila e quelli con fibule a disco provenienti da Nocera Umbra e da Castel Trosino, nel Ducato di Spoleto. Non mancano splendidi esempi di collane in paste vitree di uno o più colori, con grani di coralli, d’ambra, di cristallo di rocca e di altre pietre, non...

Maria Salviati, la moglie di Giovanni delle Bande Nere

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  Maria Romola Salviati (1499–1543) era figlia di Lucrezia, primogenita di Lorenzo de’ Medici, e di Jacopo Salviati: apparteneva quindi al ramo principale della Casata Medici, quello di Cafaggiolo. Maria entrò molto presto in contatto con quello che sarebbe divenuto il suo futuro sposo: nel 1509, infatti, il piccolo Giovanni venne affidato alle cure della famiglia Salviati dal momento in cui sua madre, Caterina Sforza (figlia illegittima – poi legittimata – del duca Galeazzo Maria Sforza e dell’amante Lucrezia Landrian), fu fatta prigioniera da Cesare Borgia a Roma. Giovanni apparteneva al ramo mediceo dei Popolani. Nel 1516 Maria sposò Giovanni de’ Medici, il celebre condottiero detto Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), che fin da giovanissimo si era distinto per la sua bravura nell’arte delle armi e per la sua intelligenza come capitano di una compagnia. Il loro matrimonio fu particolarmente importante perché per loro tramite si riunirono il ramo principale e quello popolano o...

La conquista del corpo. La violenza sessuale dei nazisti ad Est

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La ricerca accademica sull’Olocausto riconosce la centralità dell’Europa orientale come epicentro del progetto genocida nazista. L’Est è il territorio patrio della vasta maggioranza delle vittime e il luogo dei più ambiziosi e letali programmi di ingegneria demografica. In questo ambito, una crescente tendenza di studio è occupata dall’esame dei crimini sessuali nazisti, sia compiuti su ebrei che su non ebrei. Individuiamo tre tipi di violenza sessuale contro le donne (e non solo): 1) La violenza sessuale (stupro) intesa come qualunque rapporto non consensuale che implica un rapporto sessuale vero e proprio; 2) La violenza a sfondo sessuale. Ugualmente traumatica e brutale pur senza rapporto sessuale, essa è così analizzata dalla storica Brigitte Halbmayr: “il termine violenza a sfondo sessuale rende evidente che la violenza maschile contro le donne non riguarda la sessualità ma è una dimostrazione di potere da parte dell’autore ed include molte forme di violenza con connotazioni sessu...