Galileo, il cannocchiale, la luna







Quando, nel 1609, ebbe notizia dell’invenzione, da parte dell’olandese Hans Lippershey, di uno strumento che permetteva di vedere ingranditi oggetti lontani, Galileo volle conoscere questa lente magica chiamata “vetro prospettico” e pensò subito di migliorarla.

Il telescopio di Lippershey aveva un ingrandimento di appena tre volte, Galileo lo perfezionò e lo potenzio per rivolgerlo verso la volta celeste, compiendo osservazioni che mai nessuno aveva potuto compiere. Era già noto per aver scoperto la legge dell’isocronismo delle oscillazioni del pendolo, ma col Sidereus nuncius, scritto nel 1610, avrebbe fornito conferma sperimentale dell’esattezza della teoria eliocentrica enunciata da Copernico come semplice ipotesi matematica.

Da questo testo si ricava una interessante descrizione della costruzione del cannocchiale: “Circa dieci mesi fa ci giunse la notizia che era stato costruito da un certo Fiammingo un cannocchiale, per mezzo del quale gli oggetti visibili, pur distanti assai dall’occhio di guarda, si vedevan distintamente come fossero vicini; e correvan voci su alcune esperienze di questo mirabile effetto, alle quali chi prestava fede e chi no. Questa stessa cosa mi venne confermata per lettera dal nobile Baldovino da Parigi; e questo fu causa che io mi volgessi tutto a cercar le ragioni e ad escogitare i mezzi per giungere all’invenzione di un simile strumento, che poco dopo conseguii, basandomi sulla dottrina delle rifrazioni. Preparai dapprima un tubo di piombo alle cui estremità applicai due lenti, entrambe piane da una parte, e dall’altra una convessa e una concava; posto l’occhio alla parte concava, vidi gli oggetti abbastanza grandi e vicini, tre volte più vicini e nove volte più grandi di quanto non si vedevano a occhio nudo. In seguito preparai uno strumento più adatto, che mostrava gli oggetti più di 60 volte maggiori e finalmente, non risparmiando fatiche e spese, venni a tanto da costruirmi uno strumento così eccellente, che gli oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi 1000 volte e 30 più vicini che visti a occhio nudo. Quanti e quali siano i vantaggi di un simile strumento tanto per le osservazioni di terra che di mare, sarebbe del tutto superfluo dire. Ma lasciate le terresti, mi volsi alle speculazioni del cielo; e primariamente vidi la Luna così vicina come distasse appena due raggi terretri”.

Ecco allora Galielo descriere la faccia della luna col tono distaccato dello scenziato, quasi celando l’emozione di chi sa di essere il primo a fare osservazioni simili: “In primo luogo diremo dell’emisfero della Luna che è volto verso di noi. Per maggior chiarezza divido l’emisfero in due parti: la più chiara sembra circondare e riempire tutto l’emisfero, la più scura invece offusca come nube la faccia stessa e la fa apparire cosparsa di macchie. Queste macchie alquanto scure e abbastanza ampie, ad ognuno visibili, furono scorte in ogni tempo; e perciò le chiameremo grandi o antiche, a differenza di altre minori per ampiezza, ma pure così frequenti da coprire l’intera superficie lunare, soprattutto la parte più luminosa: e queste non furono viste da altri prima di noi. Da osservazioni più volte ripetute di tali macchie fummo tratti alla convinzione che la superficie della Luna non è levigata, uniforme od esattamente sferica, come gran numero di filosofi credette di essa e degli altri corpi celesti, ma ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non diversamente dalla faccia della Terra, variata da catene di monti e profondi valli”.

Nato a Pisa il 15 febbraio del 1564 da famiglia fiorentina, si dedicò sin da ragazzo alla matematica e all’osservazione empirica, scoprendo, ancora diciannovenne, l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo e poi costruendo la bilancetta per determinare il pesco specifico dei corpi, nel 1586.

Gli storici hanno evidenziato nell’atteggiamento di Galileo la volontà e la speranza d’evitare che la Chiesa si ponesse erroneamente contro la scienza, voleva evitare l’irrigidimento dei Roma in una posizione sbagliata. Era convinto che la forza delle argomentazioni avrebbe prevalso. Così, non si fermò alle prime difficoltà sollevate in buona o mala fede dagli inquisitori, ma persistette con cautela nell’opera di chiarificazione cercando il sostegno degli uomini di mente più aperta presenti nelle gerarchie ecclesiastiche. La scienza avrebbe potuto trovare nella Chiesa non un ostacolo, ma un appoggio al proprio sviluppo.

Nel 1616 fu chiamato per la prima volta a Roma a render conto della sua propensione al copernicanesimo e si impegnò a dimostrare che la verità biblica non è incompatibile con quella del sistema copernicano. Nel celebre “fermati o sole” di Giosuè la Bibbia non voleva rivelare verità astronomiche e Dio usava il linguaggio che poteva esse recepito da coloro a cui parlava, dalla gente di quel tempo. La difesa di Galileo però non riuscì ad ottenere alcuna benché minima vittoria. Egli fu ammonito a non occuparsi ulteriormente della questione. Quello stesso anno, il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione dell’Indice, creata da Pio V allo scopo di esaminare le pubblicazioni sospette di errori dottrinali o morali, ed eventualmente includerle nell’Indice dei libri proibiti, pubblicò un nuovo decreto che condannava il De revolutionibus orbium caelestium di Niccolò Copernico.

Nel 1623, però, Galileo non si tirò indietro dal rispondere al gesuita Orazio Grassi a proposito di comete e inalterabilità dei cieli, scrivendo Il Saggiatore. Le sue speranze erano alimentate dall’elezione al trono pontificio del cardinale Barberini, Urbano VIII. Così tornò sulle sue tesi con un’opera diretta a porre a confronto la tesi geocentrica e quella eliocentrica nella forma strategica di un dialogo apparentemente neutrale tra l’aristotelico Simplicio e il copernicano Salviati, alla presenza di un terzo interlocutore desideroso di conoscenza, Sagredo. Lo stratagemma gli fruttò l’autorizzazione ecclesiastica e così, nel 1632, fu pubblicato il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, ma i gesuiti tornarono all’attacco e portarono lo scienziato, ormai vecchio e gracile, dinanzi al tribunale del Santo Ufficio dove fu riconosciuto colpevole, costretto ad abiurare e condannato alla prigione, misura immediatamente mutata in isolamento, prima a Siena, nell’abitazione dell’arcivescovo della città, suo amico, poi in casa propria ad Arcetri.

La posizione di Galileo capovolgeva quella di San Tommaso, concordava in partenza con la tesi che le conclusioni della scienza e della fede coincidano perché natura e Bibbia derivano dallo stesso Verbo divino, ma rovesciava tutto nell’asserire che se dovessero sorgere contrasti tra l’una e l’altra, tra scienza e fede, bisognerebbe partire non come i tomisti dalla presunzione che sia errata la scienza e vera la religione, ma dalla completa accettazione dei risultati della scienza, rivedendo l’interpretazione dei testi sacri. Nella Bibbia, la parola di dio si adatta all’intelletto degli uomini a cui era diretta, la Natura, invece, esplica la volontà di Dio totalmente, con inesorabile necessità. Così diviene inutile voler conoscere la Natura attraverso la Sacra Scrittura perché è, invece, necessario servirsi delle leggi naturali per comprendere il vero senso della Bibbia.

Col trascorrere del tempo i divieti dell’Inquisizione si affievolirono e Galielo, prima di spirare, l’8 gennaio del 1642, tornò a pubblicare un libro: i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, ancora con Salviati, ricercatore progressista, Simplicio, studioso ancorato alla tradizione, ed infine Sagredo, mediatore fra i due opposti orientamenti, che si interessa anche agli aspetti tecnici ed economici delle nuove scienze.


Autore articolo: Angelo D’Ambra

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