La battaglia di Almansa
Sotto il comando supremo affidato al portoghese António Luís de Sousa, marchese de Minas, c’erano una prima linea costituita dal conte di Villaverde e da Henri de Massue, conte di Galway, militare britannico, e una seconda con Juan de Atayde, generale di cavalleria, il conte di Atalaya, il tenente generale Frison e il maresciallo di campo Pedro Vasconcellos. Davanti a loro, l’esercito borbonico, pari in numero, piazzò la fanteria al centro e la cavalleria ai lati. Aveva alla destra il colle di San Cristobal, al centro la città di Almansa e a sinistra l’eremo di San Salvador. La destra della prima linea era guidata dal napoletano Restaino Cantelmo Stuart, Duca di Popoli, la sinistra dal marchese Davaray e Francisco Medinilla, il centro dai generali San Gil e Labadie. Nella seconda c’erano Claude François Bidal d’Asfeld, Antonio del Valle, il duca di Havre con il conte Mahoni e il generale Hessy con il maresciallo Miguel Pons de Mendoza.
La fanteria alleata era superiore a quella franco-spagnola, la cui cavalleria, però, era più numerosa. Questo apparente equilibrio di forze tenne la lotta indecisa per più di un’ora e un quarto, finché la superiorità della cavalleria borbonica iniziò a farsi sentire.
Le ostilità iniziarono alle due e mezzo del pomeriggio. Dopo un violento ma inefficace bombardamento e un attacco di Galway contro la destra spagnola, il Duca di Popoli si scagliò con la cavalleria della Guardia Reale riconquistando terreno. Berwick ordinò quindi l’avanzata a baionetta della fanteria sulla sua ala destra, approfittando della confusione seminata sul fianco sinistro alleato. La fanteria francese prese il campo mandando in pezzi il nemico e fornendo riparo alla cavalleria che poi tornò alla carica. Un nuovo attacco al centro ispano-francese riuscì però a penetrare nelle linee e i borbonici si ritrovarono spaccati in due, fino alle mura di Almansa.
L’ulteriore intervento del corpo di riserva fu determinante per ridare ardore alle truppe di Filippo V. Due battaglioni inglesi si ritrovarono oltre la seconda linea franco-spagnola, dove furono circondati da quattro squadroni di draghi e passati interamente con un coltello.
De Minas e Galway finirono feriti, la sinistra, incalzata dal Duca di Popoli, cedette ripiegò in disordine.
Il conte olandese Donha trovò scampo sulle alture di Caudete, all’approssimarsi della notte. Si riorganizzò e continuò a combattere, scendendo in pianura e ritrovandosi circondato dalla cavalleria del Duca di Popoli. Riparò ancora sulle alture, in piena notte, e, il giorno dopo, dovette arrendersi con i suoi tredici battaglioni, cinque inglesi, cinque olandesi e tre portoghesi, a d’Asfeld e a Miguel Pons de Mendoza.
Si ebbero dodicimila prigionieri, tra cui cinque tenenti generali, sette brigadieri, venticinque colonnelli e ottocento ufficiali. Furono conquistati trenta pezzi d’artiglieria, trecento carri di munizioni e cento bandiere che furono depositati nella Basilica Reale di Nuestra Senora de Atocha. Oltre cinquemila uomini del campo asburgico persero la vita, tremila in quello borbonico, e tra essi Diego Davila, colonnello del reggimento di fanteria de Espana.
I resti dell’esercito sconfitto dovettero rifugiarsi a Tortosa. L’8 maggio il duca di Berwick entrò vittorioso nella città di Valencia.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Bibliografia:
Franco Verdoglia, La guerra di successione spagnola (1701-1715)

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