Lepanto 1571, rosario e armi
L’Impero Ottomano andava erodendo territori su territori. Era una potenza minacciosa che la cristianità divisa non poteva fronteggiare vittoriosamente. Quando però fu evidente il pericolo di perdere Cipro, si mosse Papa Pio V e radunò in alleanza la sua armata, le repubbliche di Venezia e Genova, l’Impero Spagnolo e i suoi regni, i ducati del Centro Italia e i Cavalieri Ospitalieri. Tuttavia, mentre questa lega costruiva i suoi piani, i turchi schiacciavano i veneziani a Cipro, i soldati furono imprigionati e il loro comandante fu scuoiato vivo prima che il suo cadavere senza carne fosse appeso alla prua di una galea ottomana. Era l’ora di agire.
La grande flotta cristiana si radunò nelle acque di Sicilia, nel porto di Messina. Si contavano 204 galee e 6 galeazze. Avevano a capo Giovanni d’Austria, a bordo della Real. Navigarono sin nelle acque del Golfo di Patrasso. L’aspetto religioso fu affatto secondario. La presenza delle donne fu vietata, le bestemmie furono punite con la morte, Don Juan digiunò per tre giorni, con i suoi uomini e ufficiali, e nessuno dei circa ottantacinquemila marinai e soldati smise di confessarsi e ricevere la comunione. Nel frattempo, assecondando le prescrizioni del pontefice, migliaia di cristiani in tutto il mondo pregavano la Vergine Maria, rosario in mano, per aiutare i cristiani in quelle ore decisive. All’alba del 7 ottobre, la flotta della Lega Santa individò il nemico. La flotta ottomana consisteva di 216 galee, 64 galeotte e 64 fuste. Tutti i rematori ottomani erano schiavi senza eccezioni, molti dei quali cristiani. Li guidava Müezzinzade Alì Pascià, ammiraglio d’origini greche che era stato determinante per la caduta di Cipro.
Dopo un breve consiglio di guerra – in cui Giovanni d’Austria avrebbe sentenziato che “non c’è paradiso per i codardi” – fu issato lo stendardo della Lega Santa – la Croce e il Rosario – e le galee cristiane navigarono contro i turchi. Come andò?
Nel suo Filippo II, lo storico americano William Thomas Walsh scrisse che papa Pio V aveva “mezzi di comunicazione più veloci delle galere”. Si riferiva al fatto che la notizia della vittoria cristiana a Lepanto fosse giunta al pontefice in qualche modo misterioso, ben due settimane prima che emissari veneziani portassero a Roma l’annuncio. Pio V, infatti, era in riunione col suo tesoriere Cesis quando, improvvisamente, andò alla finestra e restò a contemplarvi il cielo. Dopo qualche istante si rivolse al suo interlocutore dicendogli: “Non è il momento per gli affari, ma per rendere grazie a Gesù Cristo, perché la nostra squadra ha appena vinto”.
Era accaduto che, i turchi, forti in numero, s’avvicinarono in ordine, tenendo la forma di mezzaluna, contro i cristiani che faticavano a muoversi col vento contrario. Giovanni d’Austria, al centro, era affiancato da Marcantonio Colonna, ammiraglio pontificio, e dal generale veneziano Sebastiano Venier. Il genovese Gianandrea Doria era all’ala destra e il veneziano Agostino Barbarigo alla sinistra. Pietro Giustiniani, che comandava i galeoni dell’Ordine di Malta, e Pablo Jourdain erano a ciascuna estremità della linea. Il Marchese di Santa Croce, Alvaro de Bazan, era in riserva. I turchi non usavano una squadra di riserva, quindi la loro linea era molto più ampia: Müezzinzade Alì Pascià era al centro, di fronte a Don Juan, contro Doria e Barbarigo andarono Uluč Alì e Mehmet Shoraq. Sventolava lo stendardo cristiano sui soldati in ginocchio a pregare finchè le flotte furono sufficientemente vicine. Ed ecco avvenire il primo miracolo…
Il vento forte, favorevole ai turchi, si calmò proprio all’inizio della battaglia per poi rinascere nella direzione opposta, ora favorevole ai cristiani. Lo scontro fu cruento e sanguinoso, dopo tre ore di combattimento, Barbarigo riuscì ad affondare il galeone di Shoraq. Fu questo un colpo che scoraggiò la sua squadra che si ritirò verso la costa, sotto la pressione dei veneziani. Dopo essere scampato alla catturo grazie all’intervento di Colonna, vedendo questo vantaggio, Don Juan raddoppiò il fuoco e la Sultana, l’ammiraglia turca, finì presa d’assalto. Müezzinzade Alì Pascià fu decapitato. Man manco che le navi turche venivano catturate, gli schiavi cristiani venivano liberati e armati. Sulla destra, Uluč Alì tenne a distanza Doria per poi fuggire quando s’apprestarono le navi del Marchese di Santa Croce.
La battaglia durò intorno alle 6 del mattino fino a notte, quando l’oscurità e le acque agitate costrinsero i cristiani a cercare rifugio. Più di settemila cristiani morirono nella battaglia, gli ottomani al confronto ne persero circa trentamila per non parlare dei prigionieri e degli schiavi che erano stati liberati.
Dopo la battaglia, prigionieri musulmani confessarono che una signora luminosa e maestosa era apparsa nel cielo, minacciandoli e instillando una tale paura che erano stati presi dal panico. Pio V aveva chiesto a tutta la cristianità di recitar il Rosario e la Vergine era giunta in soccorso. In perpetua gratitudine a Dio per la vittoria, il pontefice istituì per la prima domenica di ottobre la Festa della Vergine delle Vittorie, in seguito nota come Festa del Rosario.
Una delle reliquie della battaglia si conserva nella Chiesa di Santo Stefano d’Aveto, in Liguria. E’ una tela donata nel 1811 dal cardinale Giuseppe Maria Doria Pamphilj, segretario di stato di Papa Pio VII. Questa tela è una copia dell’immagine della Vergine di Guadalupe. Filippo II l’aveva data a Gianandrea Doria e questi l’aveva portata con sè in battaglia a Lepanto. Era la prima copia della Morenita a raggiungere l’Europa. L’anno prima Alonso Montufar, arcivescovo del Messico, l’aveva fatta realizzare per spedirla a Madrid. Filippo II l’aveva poi data a Giovanni d’Austria e questi all’ammiraglio Doria come protezione in battaglia.
Autore articolo: Angelo D’Ambra

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