Repubblicani e monarchici nel Risorgimento









Il 17 marzo de 1848, Venezia insorgeva liberando dalle prigioni Daniele Manin e Niccolò Tommaseo e proclamando la repubblica il 22 dello stesso mese. La scelta di questo tipo di ordinamento creò non poca confusione nel fronte antiaustriaco e lo spaccò tra monarchici e repubblicani. Milano, con un plebiscito, si unì al Regno di Sardegna, perché invece Venezia fu tenacemente ostile a sostenere una corona?

Alessandro Poerio – lo riporta Vittorio Imbriani in Alessandro Poerio a Venezia – così scrisse alla madre il 17 maggio di quell’anno: “Tutte le speranze dei Veneti son nei Napoletani: hanno ripugnanza invincibile per Carlo Alberto, e costui si conduce male con essi”. Ribadì il concetto in una lettera al fratello Carlo: “Ho trovato i Veneti mal disposti verso Carlo Alberto, il quale finora si conduce indegnamente con loro”. Allo stesso modo nel Memoriale Veneto si legge: “Giorno 31 – il Comitato provvisorio di Padova, per parte sua e de’ Comitati di Treviso, Rovigo e Vicenza, intima al Governo provvisorio di Venezia di dichiararsi entro tre giorni per la fusione col Piemonte in un solo stato, intendendo essi di staccarsi dalla Repubblica Veneta. Questa notizia sparge malumore tra i Veneziani. Si diffondono scritti pro e contro… in Venezia si manifestano due partiti: repubblicani e realisti. O l’uno o l’altro dovrà cedere alle circostanze oppure al maneggio… Giorni 1-2 giugno – il gesuitismo accanito e, l’arrabbiata aristocrazia, dopo la defezione delle nostre provincie, si affrettano a tutta possa, col mezzo dei loro fautori in Venezia, di spargere la voce fra gl’ignoranti che la nostra repubblica sia pomo della discordia, e che impedisca la unione italiana. Persone pagate (non si sa da chi) gridano e scrivono sulle muraglie Viva Carlo Alberto, la spada d’Italia!… L’Austria conta più sui maneggi degl’interni nostri nemici, che sulle proprie forze, e per questo cerca di suscitare il disordine, e vi riesce. Se la causa d’Italia perisce, perisce pel disordine”.

Anche a Milano, in verità, c’erano stati problemi. L’annessione era costata al Casati, suo principale promotore, gli improperi del Cattaneo. Parimenti quella di Venezia, giunta tardiva, divise Manin, favorevole, da Tommaseo, assolutamente contrario. E mentre i governi provvisori deliberavano, gli austriaci battevano i piemontesi.

In realtà, come notò Pisacane, la maggioranza dei patrioti non era composta né di rigidi realisti né di repubblicani di ferro. Era invece pronta a seguire quelle insegne che per primo si fossero mosse contro lo straniero. Così dal partito d’azione, sorto nel 1853 dalla mente di Mazzini, germogliò, solo quattro anni dopo, la Società nazionale col concorso di numerosi repubblicani come Manin e La Farina che aderirono alla formula “Italia e Vittorio Emanuele”.

E’ vero che questo vincolò si spezzò nel 1860 nel dissidio tra Garibaldi e Cavour, ma fu determinante per la sorte del processo unitario. “Io reputo – sostenne lo statista piemontese – che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia di aver saputo costituirsi a Nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali di un Cromwell ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario. Ora non v’ha modo di raggiungere questo scopo che di attingere nel concorso del Parlamento la sola forza morale capace di vincere le sette e di conservarci le simpatie dell’Europa liberale. Ritornare ai comitati di salute pubblica, o, cioè che torna lo stesso, alle dittature rivoluzionarie di uno o di più, sarebbe uccidere nel suo nascere la libertà legale che vogliamo inseparabile compagna della indipendenza nazionale”.

In effetti anche nell’esame di queste vicende si coglie come ridurre il Risorgimento puramente alla formazione territoriale del regno sabaudo d’Italia sia fuorviante. Le voci repubblicane, l’azione mazziniana, il ruolo della rivoluzione costituzionalista napoletana del 1820 e di quella dell’Italia centrale, non possono essere cancellate dall’affermazione del partito sabaudo.

Se la divisione tra repubblicani e monarchici fu superata fu soprattutto merito del Cavour che oltrepassò la mentalità quarantottesca imprimendo uno sviluppo liberale allo stato sabaudo che sbarrò la strada al conservatorismo e all’astratto rivoluzionarismo, attraendo l’interesse dei patrioti d’ogni fede politica.


Autore articolo: Angelo D’Ambra


Bibliografia: 

P. Tommasini-Mattiucci, Carlo Alberto e la Repubblica Veneta del 1848, in Rivista di Roma

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