De Chirico e la pittura metafisica







“Louis Aragon lo ricorda, come la ricordo io, la sera in cui mentre stavamo con de Chirico in un caffè di Plage Pigalle entrò un ragazzo che vendeva fiori. De Chirico, che volgeva le spalle alla porta, non lo aveva visto e fu Aragon che, colpito dalla strana andatura del nuovo arrivato, si domandò se non fosse un fantasma. Senza voltarsi De Chirico cavò di tasca uno specchietto e, dopo aver esaminato a lungo l’immagine del ragazzo, rispose che effettivamente lo era”. Questo ricordo di André Breton ci introduce perfettamente alla complessa personalità di Giorgio de Chirico, ironica quando complessa ed ermetica.

Prima che collaudasse la pittura metafisica, De Chirico volse lo sguardo alle grandi opere del Rinascimento. Quando quel vigore prospettico incontrò la malinconia delle piazze italiane e delle statue solitarie, germogliò il clima metafisico, la necessità di chiudere lo spazio in una parentesi magica, di cristallizzare l’inquietudine dell’attimo, di imprigionare una verità più profonda e non discorsiva. Non poté che sedurre dadaisti e surrealisti, ma era lontano anni luce dal loro furore. De Chirico mette su tela una verità enigmatica. Il suo uomo è un manichino smontabile che vessa in un equilibrio fragile, sorretto da impalcature crollabili. La sua pittura apre una scuola di spiriti isolati e scoordinati, non un movimento, ma un atteggiamento, un modo di vedere. Dalla Grecia del mito alla Germania romantica di Bocklin ed alla Firenze dei grandi prospettici rinascimentali, lungo questo percorso matura nel pittore la concezione della seduzione delle ombre, delle prospettive inquietanti, delle architetture desolate. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si arruola volontario ma dopo poco entra al neurocomio militare di Ferrara per depressione nervosa. Allora torna a dipingere. Nascono L’indovino, Le Muse Inquietanti, I passatempi di una ragazza. Pochi anni ancora e chi lo apprezza adesso lo attacca con violenza.

I dadaisti fanno tabula rasa di qualsiasi tradizione per provocare, i surrealisti rifiutano solo gli stili per dar voci ad inquietudini oniriche, De Chirico punta invece sulla contemplazione dell’enigma e si uniforma alla cultura estetica borghese, al classicismo, senza però che neppure la critica conservatrice riesca a capirlo. Si impegna a costruire una grammatica contemplativa, lì dove altri vogliono l’inconscio ed altri ancora la riproduzione del reale. È incompreso, nessuno riesce ad assimilare la sostanza delle immagini metafisiche né la loro finalità, a nessuno si disvela una verità superiore baluginante.

Eppure c’era stato un tempo in cui le sue parole erano perfettamente in sintonia con quelle dei dadaisti. Nel 1912 si chiedeva quale sarebbe stato lo scopo della pittura futura e si rispondeva: «Sarà esattamente uguale a quello della poesia, della musica e della filosofia: creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l’arte del comune e dell’accettato, da qualsiasi soggetto a favore di una sintesi estetica: sopprimere completamente l’uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall’antropomorfismo che soffoca la scultura; vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua qualità di “cosa”». Appena nel 1919 diceva: «La soppressione del senso logico in arte non è un’invenzione di noi pittori. L’arte fu liberata dai filosofi e dai poeti moderni. Schopenhauer e Nietzsche per primi insegnarono il profondo significato del non-senso della vita, e come tale non-senso potesse venire tramutato in arte… Il terribile vuoto scoperto è la stessa insensata e tranquilla bellezza della materia». Poi col tempo la sua ricerca scompiglia ogni prospettiva. Indagine di ordine tecnico sulle tele degli antichi maestri lo portano su nuovi lidi. Scintilla il suo lucido genio e l’arte diventa pura metafisica, una diversa realtà, a se stante, estranea alle vicende mondane, un fenomeno individuale in un percorso ambiguo e affascinante, di cui è difficile comprendere briciole di verità.

Suo fratello Alberto Savino commentò così la sua pittura: «Giorgio de Chirico non mira ad altro ormai, se non a rendere la sua pittura sempre più abile, sempre più sapiente, sempre più bella. E’ il caso più alto, questo di pittura surrealista, se alla parola “surrealista” si dà un significato più vasto di quello in corso, e se per pittura surrealista s’intende una pittura completamente rimossa dalle sedi temporali, e trasferita nelle regioni poetiche. Il perfezionamento tecnico non ha lo scopo di avvicinare la rappresentazione all’oggetto, ma al contrario di staccarla sempre più, per farne una “cosa in se”». Interpretare De Chirico è problematico. Con le sue tele, la logica della nostra vita si dispiega in un abisso di solitudine, fatto da una successione di ricordi, di sensazioni, di viaggi, di scene fuori dal tempo, che si intrecciano e si confondono come in un sogno, ora in un geometrismo prospettico, ora in una evocazione mitologica, in un cavallo fiero o un manichino.


Autore articolo: Angelo D’Ambra


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