Emanuele Filiberto e la Pace di Cateau-Cambrésis

 







Dopo la Battaglia di San Quintino una seconda giornata di gloria fu vissuta sul campo di battaglia dal Duca di Savoia. Davanti a sé c’erano le truppe del maresciallo Paul de Thermes. Affrontarlo con l’intero esercito era impossibile perché avrebbe lasciato la strada spianata al Duca di Guisa fermo a Thionville. Emanuele Filiberto allora destinò un minimo delle sue forze al Conte di Egmont, 12.000 fanti e 3000 cavalieri, che avrebbe marciato su Gravelines per piombare alle spalle di Paul de Thermes.

Le forze dei due schieramenti si equivalevano, ma ancora una volta era il fattore sorpresa che premiava il Duca di Savoia. La sua mossa tagliava le comunicazioni tra il Guisa e Thermes e quest’ultimo era convinto che non ci fosse nulla da temere quando si ritrovò circondato dal nemico. Tentò un ripiegamento lungo la spiaggia ma fu investito dalla cavalleria, resistette per due ore col fianco protetto dal mare poi apparvero dieci navi spagnole ed allora si generò il panico. I francesi si dettero ad una disordinata fuga, in gran parte furono uccisi, inseguiti e trucidati dalla stessa popolazione della vicina Calais sopraggiunta a vendicarsi dei danni patiti quando i francesi l’avevan tolta agli inglesi. Il maresciallo morì in battaglia. La vittoria di Gravelines liberò di colpo la Fiandra occidentale.

Questo successo spronò l’apertura di trattative di pace. Sul tavolo erano aperte tre questioni: il possesso di Metz, Toul e Verdun che i francesi non volevano restituire, il possesso di Calais e Guines che gli inglesi pretendevano ad ogni costo e poi c’era il ripristino del Duca di Savoia nei suoi possessi. Il re di Francia continuava a mostrarsi riluttante nel restituire il Piemonte ma l’opera dei diplomatici lo orientò ad accettare come compromesso che, restituita la regione ai Savoia, alcune fortezze restassero sotto il suo controllo fino a quando Emanuele Filiberto non ne avrebbe sposato la sorella, la Duchessa di Berry, Margherita di Valois e pagato la dote. La conferenza che si aprì nel 1559 a Cateau Cambresis vide pure la partecipazione di emissari del Duca di Savoia, il Conte Tommaso Langosco di Stroppiana, Giovanni Cacherano d’Osasco e il Signore di Bauchet. Tutto fu più volte sul punto di saltare, anche la posizione spagnola s’era indebolita con la morte di Maria Tudor, moglie di Filippo II, e la fine dell’appoggio tra Inghilterra e Spagna. Le snervanti trattative portarono gli spagnoli a chiedere di occupare tante piazzaforte in Piemonte quante ne avrebbero occupate i francesi. Re Filippo II propose al Duca tale accordo che fu firmato nel Convento di Grunendal ed in forza di ciò i governatori di Nizza e Villafranca avrebbero giurato contemporaneamente obbedienza alla Spagna ed al Duca di Savoia. Le città in mano spagnola mutarono poi in Asti, Vercelli e Santhià, questa scelta serviva a Filippo II per assicurarsi le vie di comunicazione con la Lombardia e mettersi al riparo da una eventuale legame politico, oltre che matrimoniale, dei Savoia con Enrico II. Il francese invece tenne occupate Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d’Asti.

Il giubilo d’Europa per la pace fu grande ma grande fu anche quello del Piemonte e della Savoia per il ritorno del Duca!

Si celebrò poi il 10 luglio il matrimonio con Margherita di Valois. La cerimonia ebbe luogo in circostanze tragiche: fu celebrata infatti il giorno stesso in cui morì il re Enrico II, ferito dal Conte di Montgomery, capitano delle guardie reali, durante un torneo indetto per festeggiare le nozze della figlia Elisabetta col Duca d’Alba. Enrico insistette perché si celebrasse anche il matrimonio di Margherita, temendo che il duca Emanuele Filiberto si ritirasse dall’accordo. Sebbene l’impresa non fu agevole, dal nuovo re, Francesco II, il duca riuscì ad ottenere, grazie anche all’intercessione della moglie, il rispetto dei patti concordati col predecessore: il Piemonte e la Savoia erano tornati di sua piena proprietà.

Restò a lungo a Nizza, dove si vide irrompere i corsari di Uluc Ali. Incapace di respingerlo, provò a improvvisare una milizia che però non trovò fortuna. Il Duca dovette ritirarsi nel forte di Villafranca e tenere lontani i musulmani a colpi di cannone. Il giorno dopo dovette patteggiare con Uluc Ali un riscatto affinché liberasse i nizzardi fatti prigionieri.

Da Nizza si spostò a Torino poi a Vercelli. Furono anni segnati dalla lotta contro i protestanti valdesi del Chisone. Intenzionato ad estirpare quell’eresia affinché il pontefice lo favorisse nella riconquista di Ginevra che si era ribellata da tempo ai Savoia, Emanuele Filiberto riuscì solo a riceverne un patto di sottomissione che garantiva loro l’esercizio libero del culto. Roma non ne restò entusiasta. Quando poi anche in Francia, Caterina de’ Medici, morto Francesco II, aprì agli ugonotti, il Duca capì che i suoi progetti su Ginevra erano da abbandonare. Seguì invece una strada diplomatica per scacciare i francesi dalle città piemontesi: ci riuscì sul finire del 1562. Intanto, il 12 gennaio era nato l’erede, Carlo Emanuele.


Autore articolo: Angelo D’Ambra


Bibliografia: 

G. Reisoli, Testa di Ferro, il vincitore di San Quintino

C. Moriondo, Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia


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