Monet, la maturità
La mostra del 1874, nei locali del fotografo Nadar, generò lo scompiglio nel mondo dell’arte. La nuova pittura era incompresa e derisa, gli impressionisti furono additati come incapaci e le loro opere subirono continui ribassi. Monet fu salvato dai collezionisti e da uomini d’affari che gli impedirono coi loro acquisti di oltrepassare l’orlo del fallimento.
Lasciò Argenteuil e si spostò a Parigi, dove nacque un secondo bambino, ma le sue energie artistiche erano rivolte a dipingere la rue Montorgueil imbandierata, travolta dallo sventolio delle bandiere bianche, rosse e blue in un’atmosfera di festa colta dall’artista con immediatezza e luminosità. La tela testimonia con grande efficacia tutto il dinamismo dell’impressionismo, riesce a suscitare la sensazione, più che la visione, del giorno di festa, con una incisività di stile incredibile. Sul finire del 1879 però Camille muore. Monet la saluta con Camille sul letto di morte, una mestizia di pennellate sofferenti e tonalità di blu e grigi.
Fu assoldato per la rivista “La Vie Moderne” di Georges Charpentier e prese parte alla mostra da essa organizzata, accedendo ad un successo di notorietà e vendite che ancora una volta salvò le sue finanze, mentre la sua vita privata fu attratta da una donna sposata con cui aveva preso a vivere, Alice Hoschedé.
Monet si distingueva per una tecnica ormai chiara ai critici, fatta di pennellate larghe e pastose, colori puri accostati in tocchi rapidi e lievi, capaci di dare all’opera la freschezza e apparire come un’armonia cangiante di sfumature e luci.
Nel 1883 il pittore scoprì le tinte del villaggio di Giverny, ancora con un fiume, fiori, frutteti, campi e pascoli ornati di alti pioppi. Da lì si spostò a Etretat sulla Manica, in Italia, a Bordighera, sulla Costa Azzurra e a Fresselines. La morte di Ernst Hoschedé, marito di Alice, pose termine alle sue intime afflizioni e poté sposare la donna amata, proprio a Giverny. La felicità sembrò essere raggiunta e anche la pittura ne risentì. Si vede chiaramente nella serie Pioppi, tele eseguite spesso da una chiatta ormeggiata sotto vari gruppi d’alberi per cui Monet era costretto a guardare verso l’alto e a riprendere quindi i riflessi degli alberi sull’acqua come semplici linee verticali.
Nella quiete della sua villa, continuò la ricerca scientifica della luce e iniziò tele ispirate allo stesso soggetto, ma preso in diverse ore del giorno e in diverse condizioni atmosferiche. Nel giardino della casa di Giverny, Monet volle un piccolo bacino d’acqua deviando il corso dell’Epte e qui piantò delle ninfee e fece erigere un ponticello simile a quelli raffigurati nelle xilografie giapponesi. Costruì la sua tranquillità, il suo logo di meditazione, uno stagno di canne, alghe e ninfee che diventarono il soggetto dei suoi più noti quadri di questo periodo. Nella tela Il bacino delle ninfee, armonia verde, giunse alle soglie dell’arte astratta con acqua, fiori e luci che compongono un’armonia in cui l’unico elemento realistico è il ponticello gettato sopra il laghetto. Qui manca l’orizzonte, si riflettono paesaggio, alberi, cielo e nuvole, ma non c’è più orizzonte. Monet cioè superò definitivamente la concezione della pittura come rappresentazione delle cose per trasformarla in un’arte libera, autonoma, emancipata dal mondo esterno, volta ad evocare sensazioni, ritmi, profumi, a giocare con un’impressione, con una un’interpretazione soggettiva della realtà. Nelle tele delle ninfee troviamo sviluppata al livello massimo la dissoluzione nella superficie dell’oggetto rappresentato. Il colore è scomposto in migliaia di sfumature, trattini vibranti e macchie.
Alla fine degli Anni Ottanta dell’Ottocento, nel villaggio si costituì persino una piccola colonia di pittori americani, i cosiddetti giovernisti, ma Monet non volle mai essere il loro maestro. Sfuggì sempre alle conseguenze della notorietà. Circondato da decine di tele, si dedicò ad esse in diversi momenti del giorno, a seconda delle diverse atmosfere create dalle condizioni metereologiche e dalla luce. In queste opere colpisce la stupenda resa dell’acqua, la sua fluida, la luminosa mobilità, poi Alice, provata dalla morte della figlia Suzanne, si ammalò e morì. Monet ne restò distrutto. I colori svanirono nella visione, la sua vita si incanalò in uno scontroso isolamento, la sua pittura si appesantì di stanchezza. Furono anni di silenzio e cupezza in cui si alternarono momenti di grande produttività ad altri di profonda depressione.
L’amico Clemencau provò a scuoterlo dal torpore in cui era caduto dopo la morte di Alice e di suo figlio Jean e gli propose di creare una serie di grandi quadri di ninfee per lo stato francese e per rendere tutto possibili che venne costruito un nuovo studio ampio 24 metri per 12. Provò a rialzarsi con queste Grandi decorazioni di ninfee partorite nel suo nuovo atelier, vasto, climatizzato, pieno di luce. Promise di donare allo stato un certo numero di quadri a condizione che venissero esposti in un ambiente speciale come il giardino dell’Hotel Biron, poi cambiò idea e volle ritirare la donazione e solo Clemencau riuscì a farlo desistere. I quadri furono sistemati in una sala dell’Orangerie del Louvre.
Autore articolo: Angelo D’Ambra

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