Orvieto, quattro passi nella storia
Orvieto siede su uno sperone tufaceo al confine tra Lazio, Toscana e Umbria, nella valle solcata dal Paglia. Nel suo cuore storico la Torre del Moro guarda ai quattro rioni, Stella, Sarancia, Olmo e Corsica.
La città antica fronteggiò i romani e fu sconfitta da Celio Vibenna e ancora da Tito Coruncanio. Intorno al 264 a.C., però, infuriò la ribellione contro le classi aristocratiche delegittimate dalla sconfitta patita contro gli invasori e costrette ora a chiedere aiuto ad essi per riprendere il controllo della città. I romani ne approfittarono per distruggere l’abitato e imporre l’evacuazione del pianoro così ostico da conquistare. Gli etruschi furono obbligati a lasciare la loro città e a spostarsi sulle alture del lago di Bolsena. Solo all’apprestarsi del crollo dell’Impero, sotto la minaccia degli eserciti barbari, l’antica popolazione vulsina tornò in quella che era Urbs Vetus, la città vecchia, Orvieto. Della bellicosa Velza, fiorente centro commerciale e artistico, ripetute campagne di scavo hanno portato alla luce il Tempio del Belvedere coi resti del podio, smontato in età tardo antica per ricavarne materiali da costruzione.
Orvieto era collocata nella tuscia longobardorum e non faceva parte della donazione di Pipino. Solo nel 774, con la discesa di Carlo Magno, fu assegnata ai possedimenti di San Pietro. Tuttavia, fu difficile concretizzare questi diritti sino al 1102 con la donazione della contessa Matilde a papa Pasquale II. Nel frattempo Orvieto s’era data l’ordinamento d’un comune retto da consoli e podestà e s’era armata di tutto punto, contendeva a Spoleto e Perugia il controllo dei castelli d’Umbria e Lazio, s’impossessava di Bagnorea e Bolsena, combatteva con Todi, sfidava Viterbo, Vetralle e Croneto, entrava in guerra con Foligno, Amelia e Montemarte, pure in Toscana occupava Chiusi e dominava le terre d’Orbetello. Le predicazioni dei patarini di Ormannino da Parma, Diotisalvi di Firenze e Gottardo da Marzano fecero apprestare roghi e forche al cui cospetto s’infiammarono le discordie civili. Un podestà, Pietro de Parenzi, finì ucciso in una congiura e la città si trovò divisa tra papisti e imperiali, tra guelfi e ghibellini, tra monaldeschi e filippeschi, almeno sino alla sconfitta di Corradino di Svevia. Attorno alla famiglia dei Monaldi si riunirono i conti di Soana, di Montemarte, i prefetti di Vico, i Farnese e i Rocchigiani, attorno a quella dei Filippi si raggrupparono i Bisenzi, i Vitozzi, i Marsciano, i Santafiora, i conti di Chianciano, i visconti di Campiglia, i Mazzocchi e i Tosti. Si contesero la città per più di un secolo. Non bastò l’agosto del 1313, quando i filippeschi, occupata la città in un bagno di sangue, furono sopraffatti dai rinforzi guelfi di Perugia. I guelfi si spaccarono e fu ridisegnata la politica delle famiglie patrizie. Le contese tra beffati e melcorini, filo-imperiali gli uni e papalini gli altri, furono soppiantate dalla conquista del cardinale Egidio Albornoz, nel 1354. La rocca fatta erigere dal cardinale, sotto la guida dell’architetto Ugolino di Montemarte, è una testimonianza dell’opera di riassoggettamento dei territori pontifici dopo la cattività avignonese, ma la città fu consegnata definitivamente al soglio pontificio solo nel 1450, con la pace benedetta da Pio II dopo il trionfo dei monaldeschi.
In questo lungo arco temporale la città espanse il suo tessuto urbanistico con la costruzione di fortificazioni, palazzi, torri e chiese. Il nucleo altomedievale, centrato attorno alle chiese di Sant’Andrea e di San Giovenale, si estese lentamente all’intero pianoro tufaceo, col prolungamento della strada principale e l’edificazione di insediamenti periferici, soprattutto a carattere religioso, e poi fu ridefinito dalla crux viarium che aprì Porta Maggiore, Porta Postierla, Porta Vivaria e Porta Pertusa. Il successivo inurbamento di tutte le comunità religiose insediatesi sul pianoro, i guglielmiti, gli agostiniani, i domenicani e i francescani, si ebbe nel Duecento. La città all’epoca fu protagonista di grandi eventi. Papa Innocenzo III, dai pulpiti della chiesa di Sant’Andrea, proclamò la Quarta crociata; nel 1281, nella stessa chiesa, alla presenza di Carlo I d’Angiò, fu elevato al pontificato Papa Martino IV e, nel 1297, nella chiesa di San Francesco, fu canonizzato di Luigi IX di Francia, presente papa Bonifacio VIII.
Nel 1290, sull’area delle vecchie chiese di San Costanzo e di Santa Maria Prisca, per volere di papa Niccolò IV, s’avviarono i lavori per la costruzione del duomo. A dirigerli ci fu Lorenzo Maitani. Bisognava dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena, il lino insanguinato durante la miracolosa Messa di Bolsena del 1263, quando il prete boemo Pietro da Praga vide sanguinare l’ostia. La magnifica Cappella del Corporale, con gli affreschi di Ugolino di Prete Ilario, ed il preziosissimo reliquiario, è un vero gioiello d’arte. Non meno incantevole è la Cappella di San Brizio, nel transetto destro, con i meravigliosi affreschi del Beato Angelico, di Benozzo Gozzoli e Luca Signorelli. Da qui Urbano IV istituì la solennità universale cristiana del Corpus et Sanguis Domini, celebrata in tutto il mondo cattolico.
L’ultima grande opera architettonica pontificia conosciuta dalla città fu pure l’ultima dell’età del Rinascimento: il Pozzo di San Patrizio.
In fuga da Roma in mano ai lanzichenecchi, Clemente VII giunse ad Orvieto e vi restò sei mesi, dall’8 dicembre 1527 al 1 giugno 1528. La città non era preparata per ospitare un pontefice e la corte che mano a mano attorno a lui si andava ritrovando. Mancava cibo, olio e sale, le case eran misere, soprattutto scarseggiava l’acqua. Per tale ragioni assegnò ad Antonio da Sangallo, che in quello stesso periodo lavorava alla fortezza di Ancona e alla basilica di Loreto, anche l’erezione di un palazzo apostolico e di una serie di cisterne ad Orvieto. Tuttavia l’armonioso intreccio di scale elicoidali del pozzo, fu completato solo sotto Paolo III.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Bibliografia:
G. Antoniella, La nascita di Orvieto
L. Fumi, Orvieto, note storiche e biografiche

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