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Storia del Cristianesimo: una condanna a morte di cristiani sotto l’imperatore Commodo

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  Riportiamo l’atto di un processo svoltosi a Cartagine nell’anno 180, sotto l’imperatore Commodo, con cui si consumò la condanna morte dei cristiani Sperato, Narzalo, Cittino, Donata, Seconda e Vestia (A. Hamman, a cura di, Le gesta dei Martiri). *** Sotto il secondo consolato di Presente, il primo di Claudiano, il 17 luglio comparvero a Cartagine nella sala delle udienze Sperato, Narzalo, Cittino, Donata, Seconda e Vestia. Il proconsole Saturnino disse loro: – Voi potete ottenere il perdono dell’imperatore nostro signore, se ritornate a migliori sentimenti. SPERATO: Noi non abbiamo mai fatto alcun male, non ci siamo mai prestati ad alcuna ingiustizia, non abbiamo mai augurato male a nessuno; al contrario, abbiamo ringraziato chi ci maltrattava. Siamo dunque fedeli sudditi del nostro imperatore. Il proconsole SATURNINO: Anche noi siamo religiosi, e la nostra religione è semplice: giuriamo per il genio dell’imperatore nostro sovrano e preghiamo per la sua salute. Fate anche voi lo ...

I cattolici e la sconfitta di Adua

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  Prima ancora della sconfitta di Adua, aspre voci di contrarietà alla guerra in Abissinia si erano levate dal mondo cattolico. La Civilità Cattolica l’aveva bollata come una “insana guerra”. Si disse, strizzando l’occhio agli scioperi organizzati dal mondo socialista: “Milioni in Africa e fame in Italia”. Poi venne Adua, “lezione della provvidenza per gli italiani dimentichi dei loro doveri e delle loro tradizioni”. Nelle parole della Civiltà Cattolica tornava l’idea di una maledizione del Papa, degli effetti della scomunica che aveva colpito il Risorgimento. Su un piano più politico, non era contestato il valore dei soldati italiani, esso era piuttosto contrapposto alle deficienze dei comandi, ma soprattutto agli sbagli del governo Crispi. Non meno traumatizzata fu la reazione di un giornalista di diverso orientamento come Eduardo Scarfoglio. Egli, di fronte alla cattiva prova data dall’Italia in Africa, propose di rinunciare alle armi, di smilitarizzare la nazione, di mandare a ...

La Battaglia di Forlì

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  Sul finire del Duecento, Forlì appariva città prospera e combattiva, né Bologna, né Firenze ne avevano avuto ragione con le armi. Dopo la Battaglia del Ponte di San Procolo, Bologna s’era affrettata a riallestire un esercito col quale era riuscita a togliere Faenza ai domini forlivesi grazie a Tibaldello Zambrasi, che tradì aprendo le porte della città al nemico, ma ancora una volta però Forlì era riuscita a riprendendosi Faenza con l’iniziativa del condottiero Guido da Montefeltro. A Bologna non restò che sollecitare l’intervento di Papa Martino IV. Forlì fu mostrata ai suoi occhi come la capitale dei ghibellini, la ragione delle ribellioni delle altre città di Romagna, la terra che aveva dato riparo a tanti nemici del papato, ciò in effetti non era lontano dalla verità. Il pontefice allora nominò Giovanni d’Appia conte e rettore di Bologna e della Romagna, investendolo pure della carica di generale delle armi della Chiesa, carica che poi questi affidò al fratello Guido. I bolog...

Sistemi monetari preunitari: note finanziarie sulla costruzione dei Murazzi

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  Prima della costruzione dei Murazzi i lidi erano sottoposti, soprattutto nei mesi invernali, ad una notevole erosione ed i cedimenti venivano riparati tramite le “palade”, palafitte di legno sopra le quali veniva sistemata una massicciata. Per le pietre della massicciata veniva utilizzata la trachite euganea, in particolare quella estratta dalle cave di Lispida, Monselice. Nel XV secolo i capitolati della Repubblica stabilivano che la pietra doveva essere fornita in pezzi dal peso di 30 Libbre ed acquistata al prezzo di 17 Soldi per miaro. Il costo di acquisto può sembrare apparentemente modesto ma bisogna ricordare che il lavoro di riparazione era intenso, solo nel 1482 i diciannove burchieri alle dipendenze dei Padri Benedettini del Monastero di Lispida, proprietari delle cave, effettuarono centosettantacinque viaggi alla volta dei litorali, trasportando complessivamente 14650 miara di massi. Risulta quindi che, solo di materiale, il Veneto Serenissimo Erario spese complessivam...

I Fasci siciliani

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  I Fasci siciliani sorsero tra il 1892 ed il 1894 col fine di contrastare il latifondo agrario e l’elevata pressione fiscale. Queste organizzazioni furono protagoniste di rivolte che spesso finirono tragicamente come quella di Caltavuturo, il 20 gennaio 1893, quando undici contadini trovarono la morte dopo un’occupazione simbolica del demanio comunale. Tra il 1893 ed il 1894 furono più di cento i morti e si contarono oltre tremilacinquecento lavoratori arrestati e incarcerati. Il governo Crispi dettò lo scioglimento delle organizzazioni con lo stato d’assedio e numerose condanne di tribunali militari. Il 30 maggio da Palermo furono poi condannati coloro che erano stati individuati come i capi dei Fasci e più esemplari: Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Bernardino Verro a 16 anni di carcere, Rosario Garibaldi Bosco e Nicola Barbato a 12 anni di carcere. Quanto segue è la presentazione del movimento descritta da Robert Michels, autore di Storia critica del movimento...

Una moneta comune europea?

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Nel Sinodo di Francoforte del 794 veniva ribadita l’obbligatorietà della riforma monetaria voluta da re Carlo solo pochi anni prima, riforma che, oltre a demonetizzare l’oro, stabiliva il solo “corso legale” per il Denaro d’argento, definito come 1/240 di Libbra Carolingia in argento. Multipli del Denaro, ma solo come “monete di conto”, erano il Solido, valore 12 Denari, e la Libbra, valore 20 Solidi, che così assumeva la doppia funzione di unità di peso e unità contabile. Nacque così una moneta comune europea? La riforma carolingia fu accettata rapidamente nella parte dell’Impero situata alla sinistra del Reno ed a sud delle Alpi, ovvero quei territori già parte dell’Impero Romano e quindi caratterizzati da una, per quanto sofferente, economia che impiegava la moneta come mezzo di scambio. Ben diversa fu la situazione sulla riva destra del Reno, caratterizzata da un’economia decisamente più primitiva, dove l’uso del denaro era assente. Nel 843, con la dissoluzione dell’Impero Caroling...

Musicisti italiani in Polonia

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  Quando re Sigismondo fondò a Cracovia un istituto di studio delle melodie sacre, si rivolse a maestri italiani tra i quali Diziano Balli, musicus regius, Caetani, maestro della Cappella di Corte, e Stefano Monetari. Il re, sposato, in seconde nozze, all’italiana, Bona Sforza, nutriva un’immensa passione per la musica e fu affascinato dal seguito di cantori e suonatori di liuto che sua moglie portò da Napoli. Anche Enrico III di Valois portò in Polonia artisti italiani e francesi e Stefano Bathory, che gli successe al trono, rinnovò il tradizionale interesse della corte polacca per la musica italiana dedicandosi al canto con maestri come Luca Marenzio, che i polacchi chiamavano il Dolce Cigno, il Divino Compositore. Con Sigismondo III, primo sovrano polacco della Casa di Wasa, svedese, ancora musicisti italiani animavano la Cappella reale. La diresse a lungo il prete Alessandro Cilli, di nobile famiglia pistoiese, poi gli successe il maestro Asprilio Pacelli autore di un inno in o...